Solidarietà alle donne polacche, in lotta per il diritto di aborto

Migliaia di donne protestano da 5 giorni in Polonia, contro la sentenza della corte costituzionale che mette fuori legge l’interruzione di gravidanza, anche nei casi di gravi malformazioni del feto.
La protesta, partita da Varsavia, si è estesa a tutte il paese e ha ricevuto la solidarietà internazionale. In migliaia hanno invaso le chiese, con manifesti e cartelli, al grido di “preghiamo per il diritto di aborto”; la conferenza episcopale polacca, infatti, è considerata uno dei massimi responsabili della guerra oscurantista contro i diritti delle donne. Nei prossimi giorni è previsto uno sciopero generale delle donne e degli studenti.
La Polonia aveva già una delle leggi più restrittive sul diritto di aborto, che era consentito solo nei casi di stupro o incesto, in caso di rischio per la vita della madre e per gravi malformazioni del feto.
Il 22 Ottobre la Corte Costituzionale, che conta tra i propri membri, molti fedelissimi al partito di governo, ha dichiarato incostituzionale l’aborto per gravi malformazioni del feto, che potrebbe, addirittura, diventare un reato penale, se passasse la legge di iniziativa popolare in discussione in parlamento.
Le donne polacche, ovviamente, continueranno ad abortire, coloro che potranno permetterselo, andranno all’estero (già oggi sono molte quelle si recano in Slovacchia, Repubblica Ceca, Germania o Ucraina), le altre dovranno ricorrere a metodi clandestini, mettendo a rischio la loro stessa vita.
La Polonia, però, non è l’unico stato in cui l’autodeterminazione delle donne è sotto attacco. In tutti i paesi europei cresce il numero di coloro che si oppongono all’aborto. In Italia non si arriva ancora a mettere in discussione la L.194, che, tuttavia è largamente inapplicata, a causa del gran numero di obiettori di coscienza; ma la minaccia arriva soprattutto dalle amministrazioni locali, governate in gran parte da partiti di centro destra. Dopo l’abolizione, in Umbria, della legge regionale che consentiva l’aborto farmacologico in day hospital, il Piemonte ha inviato alle ASL una circolare con cui si vieta la somministrazione della pillola RU486 nei consultori; il comune di Iseo (Brescia) ha approvato un contributo economico alle donne per contrastare il ricorso all’interruzione di gravidanza. Quasi tutte le regioni non hanno ancora recepito le nuove linee guida sull’aborto farmacologico.
Anche quando il diritto è formalmente garantito, le donne che decidono di interrompere una gravidanza devono affrontare lo stigma e la colpevolizzazione, persino da parte degli operatori sanitari.
Approfittando della pandemia, alcuni paesi (Andorra, Liechtenstein, San Marino, Malta, Monaco) hanno vietato l’aborto per ragioni non mediche. Altri (Paesi Bassi, Belgio, Lettonia, Lussemburgo, Germania, Slovenia, Inghilterra) hanno negato il diritto all’interruzione di gravidanza alle donne affette da Covid. In Italia, in un primo momento, il servizio è stato interrotto, in quanto l’aborto non è stato considerato un servizio essenziale. Non si è pensato neanche ad adottare misure per facilitare il ricorso all’aborto farmacologico.
Quanto sta accadendo in Polonia dimostra ancora una volta che corpo delle donne è sempre terreno di scontro politico. La strada per la piena autodeterminazione delle donne è ancora lunga, ma noi non arretreremo.
Esprimiamo la nostra solidarietà e il nostro sostegno alle donne polacche. La loro lotta è la nostra lotta!

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